Archivio del Fendente

2007-2011

Il declino del Senatùr

Al declino del berlusconismo, nel Centrodestra e nell’esecutivo, si unisce un “caso B.”, forse ancora più inquietante. Quello che riguarda Umberto Bossi, 70 anni tra un mese, sempre più rozzo, più greve, insultante e rabbioso, con i gestacci e con le offese, contro alleati, colleghi di partito, avversari, giornalisti e persino rappresentanti delle istituzioni. Silenzioso sugli sprechi, a Roma e negli enti locali, arroccato in difesa delle pensioni di anzianità e delle roccaforti leghiste nelle province del profondo Nord, il condottiero lumbard, in canottiera o con la camicia verde, “tamarramente” indossata con le mezze maniche, ha reagito male, dimostrando oscillazioni e nervosismo, alle recenti batoste elettorali, da Milano a Gallarate, e alle sconfitte politiche. E, mentre la linea di Giulio Tremonti, alleato storico dello stanco “guerriero” di Gemonio, e con lui fischiato in Cadore alla festa per i 64 anni del titolare dell’Economia, perde consensi tra gli imprenditori, le categorie produttive, i sindacati e persino nel partito del premier, per il ministro dell’Interno, Bobo Maroni, apprezzato anche a sinistra, comincia a risultare stretto e inadeguato il ruolo dell’eterno delfino dell’Umbertone padano. Il quale, tenendo famiglia oltre che partito, spera che si manifestino le capacità politiche e di leadership del movimento, sinora apparse piuttosto modeste, del “Trota”, il figlio del senatùr. Certo, non è ipotizzabile, nell’immediato, un distacco traumatico del ministro delle Riforme dalla poltrona di comando della Lega Nord, che sbanderebbe, come accadde durante la lunga degenza del Capo in ospedale, seguita al grave ictus, causato -insinuò qualcuno- da un sforzo, nella camera da letto in un albergo della Liguria, eccessivo pure per un uomo, gagliardo come Berlusconi, ma non più un giovanotto, come l’ultrasettantenne amicone di Arcore.

Da qualche parte, si sostiene che la Lega Nord dovrebbe tornare quella delle origini, nettamente distante non solo dalla sinistra, ma anche dal centro-destra, per riprendere un profilio di partito di opposizione piuttosto che di forza di governo, tranquilla, responsabile e “poltronista”. E’ questa la stessa posizione di coloro che, come l’ex ministro Martino, chiedono le dimissioni di Tremonti, bocciato come troppo “socialista”. Idee rispettabili, ma non convincenti. La crisi, il disorientamento e il progressivo distacco dell’elettorato dal partito, fondato e diretto dal Cavaliere, non si affrontano, né si superano, rilanciando, nel 2011, le proposte care al vecchio PLI di Giovanni Malagodi. La confusione, le divisioni, le aspre polemiche, nel PDL e nella Lega, sollecitano, in primis, la ridefinizione del progetto politico, alternativo alla sinistra, premiato dagli italiani nel 2008, che ormai sembra un evento di 20 anni fa, ma poi accantonato, insieme alla difesa del ceto medio, delle “partite IVA” e del rilancio del Mezzogiorno.

Con Bossi, che, seppur contestato dalla base, continua a urlare contumelie, un giorno contro la Montalcini e l’indomani contro Brunetta, con Martino che, novello Masaniello, convoca il popolo ex fozista in piazza, ovviamente nel fresco clima autunnale, contro la stangata tremontiana, con Marcello Pera, che boccia la manovra come incostituzionale, e il governatore della Campania, il buon Caldoro, che si preoccupa di difendere la festa di San Gennaro, il nuovo segretario del partito, il giovane agrigentino Angelino Alfano, dovrebbe battere un colpo e, forse, più di uno. E parlare non ai gruppi dirigenti e auto-referenziali del PDL e dell’infido -come nella votazione sull’autorizzazione all’arresto del deputato Papa- alleato lumbard. E, men che mai, alle clientele alimentate, irresponsabilmente, da dutti i governi, succedutisi negli ultimi 30 anni. Al contrario, l’ex Guardasigilli dovrebbe parlare al Paese, con chiarezza e senza arroganza, sottolineando la sua ferma volontà di rinnovare, al centro e nelle realtà locali, i vertici..(da Affaritaliani.it)

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