Archivio del Fendente

2007-2011

Aldrovandi: confermate le condanne. Ma l’indulto cancella 3 anni di pena

La lettura della sentenza  inchioda i poliziotti. Anche se la pena reale che sconteranno gli agenti è di soli 6 mesi.

Una maledetta storia iniziata il 25 settembre 2005.La corte di appello di Bologna si è pronunciata alle 15: le condanne per l’uccisione di Federico Aldrovandi sono state confermate. 3 anni e mezzo a tutti e quattro i poliziotti condannati in primo grado. L’unica amarezza, da parte dei familiari, è sapere che la condanna si risolverà in soli sei mesi. I tre anni – ma questo si sapeva in anticipo – vengono condonati per effetto dell’indulto.
Nell’aula della corte d’appello di Bologna intitolata a Vittorio Occorsio, il magistrato ucciso nel 1976 da estremisti neri, c’erano i genitori di Federico Aldrovandi, Lino e Patrizia Moretti, il fratello minore Stefano e lo zio Franco. Colui a che fu costretto a effettuare il riconoscimento del diciottenne di Ferrara e che disse subito dopo: “Credevo che gli fosse passato sopra un camion”. E poi c’erano i suoi amici, quelli che hanno dato vita all’associazione “Verità per Aldro”.
La sentenza pronunciata oggi è stata il secondo ciclo importante che si è chiuso nella vicenda di Federico Aldrovandi, per la cui morte sono stati imputati i quattro agenti della questura di Ferrara che intervennero in via dell’Ippodromo la mattina del 25 settembre 2005. Sono Paolo Forlani, Enzo Pontani (entrambi in aula stamattina), Luca Pollastri (assente oggi, ma presente nelle udienze precedenti) e Monica Segatto (contumace per tutto il secondo grado), già condannati in primo grado a tre anni e mezzo di carcere.
La vicenda processuale per l’omicidio del diciottenne è sembrata un paradigma a cui guardano anche altre famiglie che sono passate per eventi analoghi. Lo ha dimostrato la presenza in aula di due donne, Ilaria Cucchi e Lucia Uva. La prima è la sorella di Stefano, 31 anni, morto in carcere a Roma nell’ottobre 2009 dopo essere stato arrestato per detenzione di una modica quantità di sostanze stupefacenti. Anche la seconda è una sorella, in questo caso di Giuseppe, 43 anni, deceduto dopo essere stato fermato dai carabinieri di Varese e portato in caserma. Era il 14 giugno 2008 e in entrambi i casi il sospetto è che a provocarne la morte siano stato il “trattamento” subito mentre si trovavano nelle “mani dello Stato”.
Per il procuratore generale Miranda Bambace, non c’è alcun dubbio su ciò che accadde quella mattina di quasi sei anni fa: i quattro, intervenuti su due volanti e in due momenti consecutivi, si accanirono sul giovane provocandone la morte. “Uccisero in ragazzo indifeso”, ha detto nell’udienza del 6 giugno scorso e per questo ha chiesto la conferma della condanna a tre anni e mezzo di carcere senza concedere attenuanti generiche né riduzioni di pena perché non avrebbe ravvisato nel comportamento degli imputati “elementi che le giustificassero”.
I genitori: “Basta con le menzogne su nostro figlio”. “A questo punto diamo loro un encomio”, aveva commentato il padre nel corso dell’udienza del 6 giugno, che aveva aggiunto: “Dopo tutto questo tempo, vorrei che si giungesse a una parola definitiva e che mio figlio fosse lasciato riposare in pace, senza che ogni volta venga coperto di infamie. Non era un tossicodipendente né un violento”.(Antonella Beccaria e Marco Zavagli)

 

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